07 settembre 2013

Un'eroina russa dimenticata

Impetrò i soldati russi dai guerriglieri

E adesso vive in miseria: la russa è minacciata di carcere per debiti e il governo si rifiuta di riconoscere il proprio debito

05.09.2013, 09.33

giornalista

La guerra cecena è finita da tempo, ma lo stato non ha ancora regolato i conti dei vecchi debiti. Uno di questi (perfino più morale che materiale) è con le persone che furono prigioniere dei guerriglieri. Il secondo è con chi da solo entrò in trattativa con i terroristi e riscattò da loro i prigionieri con i propri soldi.

La 55enne Zoja Kazichanova negli anni della guerra cecena impetrò letteralmente con le lacrime cinque soldati russi dai guerriglieri. Per la loro libertà fece debiti per cui non ha potuto regolare i conti. Alle sue preghiere di aiuto le autorità oggi quasi non reagiscono. Alcuni esigono la ricevuta di Šamil' Basaev, altri gli scontrini di Salman Raduev… Con le denunce per l'insensibilità delle autorità russe la donna è andata fino alla Corte di Strasburgo. Cos'è successo in realtà a questa Zoja Kazichanova e ai soldati salvati – nell'indagine della corrispondente speciale di "MK" [1].

Un sequestro di un bambino per Salman Raduev

1 ottobre 1996. Città di Chasavjurt [2]. L'abitante del Daghestan Zoja Kazichanova aspetta l'autobus per giungere a casa. Tra le braccia ha un bambino che non ha ancora due anni di età. La donna tiene il bambino stretto come può tenerlo solo una madre che ha sperimentato una tragedia (il primo bambino di Kazichanova morì). Improvvisamente, come un diavolo uscito da una tabacchiera [3], davanti a Zoja spunta un ceceno massiccio, prende il bambino e si lancia in una macchina che si avvicina. Questa da gas! E solo una nuvola di polvere per strada… Tutto ciò prese qualche secondo.

– Quest'uomo mi gridò: se lo riferisco da qualche parte, non vedrò mai più mio figlio, – ricorda Kazichanova. – E se volevo che lo restituissero, sarebbe stato necessario pagare centomila dollari. E il 6 ottobre alle 10 dovevo venire con i soldi nello stesso posto.

Zoja, in stato di shock, poté appena aspettare il giorno indicato. Raccolse i soldi rapidamente - 52 mila ne aveva suoi (li aveva ricevuti dopo la vendita dell'appartamento e il divorzio dal marito), 40 mila li dettero i suoi genitori (li avevano messi da parte per i loro funerali), gli altri gli amici. Kazichanova pensò a lungo: perché hanno rapito un bambino proprio a me? Forse sulla base di una soffiata? E qui si disse: difficilmente. Non aveva mai avuto molto soldi, per lungo tempo aveva lavorato nella sezione quadri di un NII [4] di tecniche di misurazione. In quegli anni i sequestri di bambini era cosa usuale. Per esempio, subito dopo il caso di Kazichanova fu rapito il bambino del ministro delle Finanze del Daghestan…

Al momento indicato Zoja giunse sul posto con i soldi. Si avvicinò una macchina con tre uomini, uno dei quali riconobbe come il sequestratore. La fecero sedere nell'abitacolo e la portarono a Groznyj.

– Mi portarono nel vano dell'ex negozio "Almaz" [5], dov'era il quartier generale di Salman Raduev, – racconta la donna. – E là c'era anche qualcosa come una mensa. Intorno c'erano i guerriglieri… Passai circa cinque ore là tra loro. Ricordo che là c'era un ucraino dall'aspetto molto schifoso, che comandava tutti e c'era un ragazzo daghestano assai meschino, che era fuggito dall'esercito e aveva paura di tornare…

Poi mi portarono nell'ufficio di Raduev, mi fecero sedere su un divano di pelle nero. Prima passò Paša, suo cugino. Presi a porgergli i soldi e a pregarlo che mi restituisse il bambino. Ma qualche minuto dopo venne lo stesso Raduev – con gli occhiali neri, per qualche motivo era tutto coperto di medaglie e decorazioni [6]. Mi salutò dandomi la mano, ma da lui spirava un qualche terribile freddo.
La pelle mi formicolava. Vidi anche la moglie di Raduev, che teneva in braccio il mio bambino. Mi guardò molto altezzosamente e disse: "Ma perché questa sta ferma, non lavora? Che lavi i pavimenti!" Risposi che non ero venuta là per quello. Presto una donna che parlava in russo portò il mio bambino. Mi lanciai su di lui – grazie a Dio era sano, senza un graffio!

In questa mensa vidi gabbie metalliche simili a quelle in cui tengono gli animali. Erano basse, non ci si poteva alzare del tutto in piedi. Là sedevano due soldati russi. Ancora ragazzini, come se li avessero presi solo ieri dai banchi di scuola. Magri (l'uniforme da soldati gli cascava di dosso), meschini, impauriti. Capirono perché ero venuta. Uno pregò: "Ci aiuti!". Chiesi al cuoco il permesso di avvicinarmi a loro, volevo chiedergli di dove fossero, il numero di telefono o l'indirizzo dei loro genitori per mettermi in contatto con loro. Appena presi a parlare con i ragazzi, tornò una persona armata. Disse: "Se nel giro di 20 minuti non sparisci dal territorio di Groznyj, siederai in gabbia tu stessa con il bambino". Mi impaurii, presi mio figlio e andai a casa. Là andai subito alla direzione locale dello FSB [7] e raccontai tutto. Chiesi che liberassero i soldati. Ma mi risposero che in Cecenia non c'era legge e che non potevano dare aiuto in alcun modo. Andai alla polizia, all'amministrazione. Tutti si rifiutarono di dare aiuto, dissero che avrei dovuto dimenticare questi due russi. Ma come?! Mi stavano davanti agli occhi e basta! Non potevo dormire, né mangiare. Dimagrii molto. E allora decisi che sarei andata da sola a Groznyj. Chissà perché non avevo paura. Avevo sentito dire che per le donne non era così pericoloso.

L'incontro con Basaev

La prima volta Zoja non riuscì a farsi ricevere da Šamil' Basaev (che allora faceva provvisoriamente le veci del presidente dell'autoproclamata repubblica cecena di Ičkerija [8]). Era la 144.a della fila. La seconda volta le andò bene per caso – fece conoscenza con il vice-capo della scorta personale del comandante in campo e questi la fece passare tra i primi.

– Quando Basaev venne a sapere che ero di nazionalità cumucca [9] e che vivevo a Machačkala [10], si stupì: "A che le servono i soldati russi?". E io in risposta: "Non ne posso più, impazzisco. Mi sembra di sentire che dietro la tenda in casa mia gemono e mi chiamano".

Mi dissero così anche i familiari – che stai a impazzire, a che ti servono? Spiegai, se voi stessi li aveste visti, avreste agito così. Non si poteva lasciare là questi ragazzi. Basaev disse che Raduev non li avrebbe rilasciati così, semplicemente. Ma promise di parlare con lui. Qualche giorno dopo mi riferirono che Raduev avrebbe rilasciato quei due e altri tre soldati russi, che pure sedevano in quelle gabbie, per 100 mila dollari. Allora mi rallegrai tanto! Infatti per un solo mio bambino avevano preso tanto e qui erano cinque! Non avevo soldi, toccò prenderli in prestito da un vicino.

Allora non pensavo a come li avrei restituiti. Il 16 aprile 1997 giunsi da Basaev con i soldi. Per ringraziarlo di aver fatto trattative avevo comprato una penna d'argento per regalargliela. Non mi permisero di andare da Šamil' con il pacchetto, me lo presero in anticamera. Basaev in mia presenza iniziò a scrivere una lettera a Magomed Tolboev, che a quel tempo era segretario del consiglio di sicurezza della Repubblica del Daghestan. Basaev disse che per via di questa lettera il governo mi avrebbe restituito i soldi. Nella lettera non era indicata la somma e in generale non c'era la stessa parola "riscatto" – c'era scritto semplicemente che i soldati sarebbero stati liberati alle mie condizioni. Basaev indicò il tempo e il luogo della consegna dei soldati – il 17 aprile alle 14.00 sul ponte di Nižnij-Gerzel' [11]. Aggiunse che se non avessero portato i soldati, mi avrebbe restituito i soldi personalmente.

Kazichanova si diresse a Machačkala con la preziosa lettera. La trasmise a Tolboev, questi, a suo dire, si rallegrò, la fece sedere in macchina e insieme si diressero a prendere i soldati. Peraltro l'autista di Tolboev la riconobbe – erano andati a scuola insieme. Per strada si mise in contatto con loro via radio una speaker della Televisione Centrale daghestana di nome Anastasija. Si mise d'accordo con Tolboev e mandò dietro a lui una troupe per le riprese. Poi i giornalisti dettero la notizia così – dice, grazie agli sforzi del governo si è riusciti ancora una volta a liberare dei soldati russi. E neanche una parolina su Kazichanova…

La consegna dei prigionieri andò alla perfezione. Tolboev se ne andò insieme a loro. Non presero Zoja – non c'era posto nella macchina. I militari del posto di blocco fermarono una macchina di passaggio con cui tornò a casa.

"Ella stessa è colpevole. Chi gliel'aveva chiesto?!"

Ricordando le parole di Basaev, secondo cui avrebbero potuto restituirle i soldi, Kazichanova si rivolse subito alle autorità locali. Ma modestamente chiese che le fosse fatto un credito senza interessi per pagare il debito che aveva contratto per il riscatto dei soldati. In risposta ci fu il più totale silenzio. Allora decise – piano piano pagherò tutto da sola. Andò a commerciare al mercato, perché là pagavano di più. Ma poi la donna si ammalò gravemente, non ci fu proprio modo di restituire i soldi. Un po' la salvò la casa dei genitori – la vendette per 20 mila dollari. Per disperazione prese prestiti da tutti, uno dopo l'altro, a interessi folli (di solito il 10% al mese). Si ingarbugliò nei debiti come in una ragnatela mortale. I creditori cominciarono ad aggredirla, la picchiarono, la minacciarono…

Zoja non li accusa. Dice: "Esigono il loro, è un loro diritto. Ho preso, cioè devo restituire, il resto non preoccupa. Sono già diventata simile a una truffatrice – da alcuni prendo, ad altri restituisco, mi nascondo. Mi vergogno di guardare le persone negli occhi". Tutte le istanze del Daghestan a cui si è rivolta, l'hanno semplicemente rimpallata. Le hanno detto in faccia: "Fu una tua iniziativa personale riscattare i soldati. In generale chi ti aveva chiesto di infilarti in tutto questo?» In alcuni uffici le hanno perfino rimproverato la somma - dice, con 100 mila dollari essi stessi avrebbero potuto riscattare non cinque, ma 100 soldati.

L'unica persona che in tutto questo tempo l'ha aiutata è un alto funzionario del governo di Machačkala. Ella non voleva farsi ricevere da lui, in quanto disperava del tutto, pensava che l'avrebbero ascoltata di nuovo per formalità e l'avrebbero mandata via con nulla. Ma questi pianse perfino, ordinò di comprare un vestito per suo figlio, dette un appartamento in città alla famiglia. Allora questo salvò la vita a tutta la famiglia – vendettero l'abitazione per 820 mila rubli [12] e li restituirono a un creditore che minacciava di ucciderli.

Quando la cosa fu del tutto pesante, Kazichanova comprò un biglietto per Mosca con gli ultimi soldi. Scrisse al Governo della Federazione Russa, al Ministero della Difesa della Federazione Russa, alla Procura Militare, alla Procura della Federazione Russa, alla Duma di Stato, al Consiglio della Federazione, al Ministero degli Esteri della Federazione Russa, al Ministero delle Finanze e alla Banca Centrale, allo FSB della Federazione Russa… Più di 800 appelli… Dalla Banca Centrale risposero che la concessione di un credito a lei, tenuto conto della sua situazione finanziaria, era una cosa contraria alla legge. Agli enti militari dissero che per fornirle un aiuto finanziario sarebbero state necessarie le ricevute di… Šamil' Basaev e gli scontrini di Salman Raduev. Sia l'uno, sia l'altro sono morti da tempo e a parte la lettera non c'era alcun documento. Poiché Kazichanova non si calmava, del suo caso e della sua persona (della seconda perfino di più) si occupò la polizia.

– Ci giunse una richiesta della Direzione degli Affari del Presidente della Federazione Russa, – dice il primo incaricato investigativo dell'UVD [13] dello SVAO [14] di Mosca Dmitrij Trošin (quando Zoja giunse a Mosca, si registrò da dei conoscenti nella parte nord-orientale della capitale). – Chiesero di svolgere un controllo. Chiarimmo che non era in lista al centro di salute mentale. Ma i documenti che avrebbero provato la veridicità delle sue parole non c'erano. Così rispondemmo alla Direzione degli Affari del Presidente. Questi dicono – ne deriva che è una truffatrice? Ma non possiamo dichiarare neanche questo.

Infatti nessuno ci ha mai dato una trasferta in Cecenia per svolgere un'indagine rispondente a tutti i requisiti. Inoltre le autorità non ammettono ancora ufficialmente che a quel tempo in questo territorio ci fossero azioni di guerra (si ritiene che fosse semplicemente un rafforzamento del regime). Cioè è complesso dimostrare che in generale ci fossero persone prigioniere. Però è necessario chiarire non solo il fatto stesso, ma anche le circostanze.

L'assistente del commissario militare della Repubblica del Daghestan, il generale di brigata Magomed Tinamagomedov ha cercato di ottenere informazioni dai soldati liberati il 17 aprile 1997. Il generale si è messo in contatto con Tolboev e poi ha preparato un documento: "Il 17 aprile 1997 alle 9 del mattino la cittadina Kazichanova portò una lettera di Basaev, dov'era indicato che i soldati sarebbero stati liberati alle sue condizioni. Tolboev conferma di aver ricevuto la lettera. Ma dichiara che i documenti e la lettera scomparvero dalla sua cassaforte durante la presa della Casa del Governo a Machačkala nel maggio 1998".

Mi sono messa in contatto con il vice-presidente del Fondo per gli Eroi dell'URSS e della Russia, l'aviatore-collaudatore emerito Magomed Tolboev.

Conosce Zoja Kazichanova?

– La conosco. Recentemente giunse da me con i rappresentanti del rappresentante permanente della Repubblica del Daghestan, raccontò della sua misera situazione.

Andaste effettivamente in macchina insieme?

– Sono passati tanti anni, già non posso dire niente sulle circostanze…

Com'è possibile? Non è un avvenimento ordinario, forse si è del tutto cancellato nella sua memoria?

– Erano tempi difficili. Allora scambiavamo e liberavamo molti soldati…

Mettiamo che sia così. Ma potreste almeno confermare che pagò il riscatto per i soldati?

– Non vidi personalmente che pagò. Forse tutto andò in tutt'altro modo.

Cioè?

– Forse pagò il riscatto per il figlio, i guerriglieri ebbero pietà di lei (aveva comunque raccolto quella grossa somma). Ecco che dissero – prendi gratis i soldati e poi il governo ti darà i soldi per loro.

La versione, secondo cui i guerriglieri le dettero i soldati gratis come risarcimento, di principio sembra verosimile. Perfino alcuni suoi creditori hanno assicurato che non prese in prestito i soldi per i soldati, ma per il figlio. Verifichiamo le date: questa pagò il riscatto per il figlio nel 1996, ma per i soldati nel 1997. Cioè, comunque fu per i soldati… Ho cercato il vicino, da cui Kazichanova inizialmente prese tutta la somma per il riscatto.

– Allora le detti i soldi perché ero amico dei suoi genitori, – dice Magomed Chalidov. – Non so se per il riscatto del figlio o dei soldati. Ma nel mio quaderno ho registrato precisamente quando fu – il 15 aprile 1997. E io stesso la portai con la mia macchina a Chasavjurt il giorno seguente. Era certa che le avrebbero restituito i soldi. Ma non glieli restituirono. E poi li restituì a me in parti. Li restituiva e di nuovo li prendeva in prestito. E' ancora in debito. Due anni fa morì mia moglie e non avevo con che seppellirla, eppure sono sempre stato una persona quasi ricca. Avrei ucciso Kazichanova con le mie mani, se non fosse stato per la legge. Com'è possibile non restituire? Sono un costruttore militare, per tutta la vita sono stato abituato a credere alle persone. Anche se questa, sciocca, mi fa pena. Se avesse visto come vive con il figlio. I cani vivono meglio.

Di recente i compagni di corso del figlio di Kazichanova Marat (che studia all'Istituto di Orientalistica di Machačkala) hanno scritto una lettera al rappresentante plenipotenziario del Presidente della Federazione Russa: "Chiediamo di risolvere le questioni di Marat e della sua mamma. Se resterà indifferente alla nostra richiesta, non sapremo per cosa siamo necessari allo stato".

…Questa non è semplicemente la storia di una madre che ha riscattato dei soldati russi dalla prigionia. Questa storia è l'eco di quella guerra cecena, di cui le autorità non si vogliono ancora prendere la responsabilità. Se si volesse, si potrebbe infatti condurre un'indagine accurata e stabilire i fatti di quei giorni quasi minuto per minuto. Penso che non si siano messi a farlo per due motivi. In primo luogo, per la mancanza di volontà delle autorità di ricordare quei terribili avvenimenti. Beh, in secondo luogo… "Chi le aveva chiesto di pagare il riscatto per i soldati? Ella stessa è colpevole".

Commento del rappresentante permanente della Repubblica del Daghestan presso il presidente della Federazione Russa Aleksandr ERMOŠKIN:

– Zoja Kazichanova si è rivolta alla rappresentanza permanente della Repubblica del Daghestan per avere aiuto. Mi sono incontrato con lei personalmente più di una volta, hanno discusso la sua storia anche i membri del Consiglio Sociale presso la rappresentanza permanente. La storia è molto difficile: non si sono conservate delle prove materiali. E questo è del tutto spiegabile. Ma devono restare le memorie delle persone che possono confermare l'autenticità delle parole di Zoja. Penso che senza un'ampia risonanza sarà difficile aiutarla.

Commento del presidente del presidium dell'Organizzazione Sociale Panrussa "Ufficiali di Russia" Anton CVETKOV:

– Una cosa è indubbia – è una donna eroica che ha sofferto molto. E qualcuno mette in dubbio il fatto del riscatto dei soldati, ma il sequestro del suo bambino e che lo abbia riscattato dalle mani dei guerriglieri no. Lo stato stanzia cifre favolose per la ricostruzione della Repubblica Cecena, aiuta le persone che sono rimaste senza tetto a causa di sciagure naturali, ma perché è gettata nella miseria una donna, il cui figlio non ha difeso a suo tempo? Oggi la situazione in Daghestan è difficile e dov'è la garanzia che non sequestrino suo figlio ancora una volta, stavolta a causa di questi debiti?

La nostra organizzazione prende questo caso sotto controllo e farà tutto il possibile per cercare questi soldati. Otterremo dal governo del Daghestan che ci fornisca aiuto da tutti i punti di vista. E non bisogna dire che non ci sono meccanismi giuridici – ce ne sono in abbondanza. Alla fin fine le possono dare un sussidio per l'apertura di una piccola attività.

La redazione e l'autrice in persona chiedono ai soldati liberati il 17 aprile 1997 dalla prigione di Raduev e anche a chi fu testimone di quegli avvenimenti di dare risposta a mknews@mk.ru.



[1] Moskovskij Komsomolec (Il Membro del Komsomol di Mosca), un tempo uno degli organi del Komsomol (KOMmunističeskij SOjuz MOLodëži – Unione della Gioventù Comunista), adesso giornale di non eccelsa qualità, che pure si segnala per reportage notevoli.
[2] Città del Daghestan ai confini con la Cecenia.
[3] Detto russo che fa riferimento alle scatole a sorpresa.
[4] Naučno-Issledovatel'skij Institut (Istituto di Ricerca Scientifica).
[5] "Diamante".
[6] Il separatista Salman Betyrovič Raduev aveva ricevuto alcune decorazioni per il servizio nell'esercito sovietico e nel Komsomol (vedi nota 1).
[7] Federal'naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), il principale servizio segreto russo.
[8] Nome autoctono della Cecenia.
[9] I Cumucchi sono un popolo turco del Daghestan.
[10] Capitale del Daghestan.
[11] Villaggio della Cecenia al confine con il Daghestan.
[12] 18 mila 700 euro al cambio attuale.
[13] Upravlenie Vnutrennich Del (Direzione degli Affari Interni), in pratica la polizia.
[14] Severo-Vostočnyj Avtnomnyj Okrug (Circondario Autonomo Nord-Orientale).

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